«Troppi industriali sono incapaci»
Pigozzo (Cgil): il vero problema non è l’articolo 18 ma imprese non competitive
Il Messaggero Veneto, 5 febbraio 2012 Il dibatto sull’articolo 18 è un falso problema, quasi che eliminarlo sia la panacea di tutte le difficoltà del lavoro. Ma il dibattito non può essere relegato a livello nazionale: anche il territorio può esercitare un ruolo. Ne è convinta Giuliana Pigozzo, segretario generale della Cgil pordenonese. «Questa insistenza ossessiva sull’articolo 18 - afferma - andrebbe indirizzata verso la rimozione strutturale delle cause che producono le diseguaglianze nella distribuzione del reddito e nel mettere regole alla rendita finanziaria. Non siamo allocchi – è la considerazione di Pigozzo - la soppressione di quella norma non bilancia l’incapacità finora mostrata da troppe imprese italiane di creare nuova occupazione e di rilanciare lo sviluppo economico del nostro paese, con la necessaria assunzione di responsabilità che ciò comporta». La scarsa capacità competitiva non dipende dalle norme sul licenziamento per giusta causa, bensì dal «costo del lavoro che pesa in modo determinante sul prodotto, e altri fattori (energia, trasporti, credito, efficienza amministrativa e altro ancora». Le 46 tipologie contrattuali introdotte dall’esecutivo dimissionario «non ci hanno messo al riparo dagli effetti della crisi e neppure hanno prodotto certezze occupazionali. Anzi hanno determinato precarietà e aumentato il costo sociale. Continuare su questa strada, inseguendo il mito della flessibilità, è sconsiderato – secondo la sindacalista -. L’alta incidenza della tassazione e degli oneri sociali non significa che il costo per lavoratore è più alto in Italia rispetto agli altri Paesi europei, ma che il reddito medio disponibile dei lavoratori italiani è ancora più basso. Condizione questa oggi esasperata da una disoccupazione rilevante e priva di prospettive. E chi poco ha, poco spende, con le conseguenze che sappiamo sul fronte dei consumi». Da qui l’invito a «occuparsi dei limiti del nostro modello industriale. Della sua incapacità di reggere la concorrenza internazionale - prosegue - senza dover ricorrere massicciamente al basso costo del lavoro e allo sfruttamento dello stesso. Della bassa dotazione di capitale per addetto, della ridotta dimensione delle imprese, dal ruolo del credito, dell’incapacità della classe dirigente. Intervenire con più feroce determinazione contro la dilagante illegalità che sta mettendo in ginocchio ogni territorio di questo Paese». «E’ indispensabile - aggiunge - un programma di riforme che si fondi su di un altro modello di sviluppo e che traduca una diversa politica economica che abbia al suo interno il primato del lavoro, una politica neo-industriale ed una nuova centralità dell’intervento pubblico. Una finanza pubblica “funzionale” alla crescita, all’occupazione, agli investimenti, all’equità. Gli stessi interventi pubblici, compresi quelli regionali, debbono orientare quelle soluzioni. Alcuni di quegli obiettivi – conclude Pigozzo - sono contenuti nel Protocollo provinciale sottoscritto, un anno fa, con Confindustria. Vanno affrontate contestualmente le emergenze che sono le migliaia di posti di lavoro che stanno scomparendo. Creare con urgenza occupazione vera e coerente con le tanto venerate riforme previdenziali. Gioverebbe quindi un confronto capace di questa sfida nel quale, però, i territori ed i loro protagonisti non abbiano, come oggi, un ruolo di semplice comparsa. Questo è anche quello che noi ci attendiamo dal confronto che si è aperto sul tavolo provinciale della crisi». (e.d.g.)
Il Messaggero Veneto, 5 febbraio 2012 Il dibatto sull’articolo 18 è un falso problema, quasi che eliminarlo sia la panacea di tutte le difficoltà del lavoro. Ma il dibattito non può essere relegato a livello nazionale: anche il territorio può esercitare un ruolo. Ne è convinta Giuliana Pigozzo, segretario generale della Cgil pordenonese. «Questa insistenza ossessiva sull’articolo 18 - afferma - andrebbe indirizzata verso la rimozione strutturale delle cause che producono le diseguaglianze nella distribuzione del reddito e nel mettere regole alla rendita finanziaria. Non siamo allocchi – è la considerazione di Pigozzo - la soppressione di quella norma non bilancia l’incapacità finora mostrata da troppe imprese italiane di creare nuova occupazione e di rilanciare lo sviluppo economico del nostro paese, con la necessaria assunzione di responsabilità che ciò comporta». La scarsa capacità competitiva non dipende dalle norme sul licenziamento per giusta causa, bensì dal «costo del lavoro che pesa in modo determinante sul prodotto, e altri fattori (energia, trasporti, credito, efficienza amministrativa e altro ancora». Le 46 tipologie contrattuali introdotte dall’esecutivo dimissionario «non ci hanno messo al riparo dagli effetti della crisi e neppure hanno prodotto certezze occupazionali. Anzi hanno determinato precarietà e aumentato il costo sociale. Continuare su questa strada, inseguendo il mito della flessibilità, è sconsiderato – secondo la sindacalista -. L’alta incidenza della tassazione e degli oneri sociali non significa che il costo per lavoratore è più alto in Italia rispetto agli altri Paesi europei, ma che il reddito medio disponibile dei lavoratori italiani è ancora più basso. Condizione questa oggi esasperata da una disoccupazione rilevante e priva di prospettive. E chi poco ha, poco spende, con le conseguenze che sappiamo sul fronte dei consumi». Da qui l’invito a «occuparsi dei limiti del nostro modello industriale. Della sua incapacità di reggere la concorrenza internazionale - prosegue - senza dover ricorrere massicciamente al basso costo del lavoro e allo sfruttamento dello stesso. Della bassa dotazione di capitale per addetto, della ridotta dimensione delle imprese, dal ruolo del credito, dell’incapacità della classe dirigente. Intervenire con più feroce determinazione contro la dilagante illegalità che sta mettendo in ginocchio ogni territorio di questo Paese». «E’ indispensabile - aggiunge - un programma di riforme che si fondi su di un altro modello di sviluppo e che traduca una diversa politica economica che abbia al suo interno il primato del lavoro, una politica neo-industriale ed una nuova centralità dell’intervento pubblico. Una finanza pubblica “funzionale” alla crescita, all’occupazione, agli investimenti, all’equità. Gli stessi interventi pubblici, compresi quelli regionali, debbono orientare quelle soluzioni. Alcuni di quegli obiettivi – conclude Pigozzo - sono contenuti nel Protocollo provinciale sottoscritto, un anno fa, con Confindustria. Vanno affrontate contestualmente le emergenze che sono le migliaia di posti di lavoro che stanno scomparendo. Creare con urgenza occupazione vera e coerente con le tanto venerate riforme previdenziali. Gioverebbe quindi un confronto capace di questa sfida nel quale, però, i territori ed i loro protagonisti non abbiano, come oggi, un ruolo di semplice comparsa. Questo è anche quello che noi ci attendiamo dal confronto che si è aperto sul tavolo provinciale della crisi». (e.d.g.)


