Stipendi degli insegnanti: i dati di Eurydice confermano la gravità della situazione

Dal report di Eurydice (2019) emerge la distanza tra il livello delle retribuzioni dei docenti italiani rispetto al resto d’Europa. Occorrono investimenti per allineare il nostro sistema scolastico ai livelli europei.

I dati relativi alle retribuzioni degli insegnanti italiani ed europei pubblicati di recente da Eurydice (l’agenzia europea che si occupa dei sistemi scolastici) sono impietosi. 

Essi certificano non solo l’enorme divario tra il livello delle retribuzioni degli insegnanti italiani rispetto ai colleghi europei (situazione già nota come dimostrato da altre indagini come quella dell’Ocse), ma soprattutto l’assenza di qualsiasi dinamica salariale che invece caratterizza sempre più i sistemi retributivi degli insegnanti negli altri paesi europei. 

Per quanto riguarda gli ultimi 3 anni (dall’a.s. 2014/15 all’a.s. 2016/17) gli stipendi iniziali dei docenti, calcolati a prezzi costanti ovvero depurati degli effetti inflattivi, sono aumentati mediamente del 4% in tutta Europa tranne in Italia dove sono rimasti praticamente bloccati. Il massimo di incremento c’è stato in Bulgaria (40%) ma aumenti significativi sono stati registrati anche in Irlanda (16%), in Svezia (20%), in Islanda (33%), paesi in cui i salari sono aumentati ben oltre il mero recupero delle dinamiche inflattive. La conseguenza di tutto ciò è che la distanza tra i livelli retributivi degli insegnati italiani rispetto a quelli europei, già molto consistente (20%), è destinata a divaricarsi sempre più (fig.3).

In primo luogo il fattore tempo che incide significativamente nei diversi Paesi, per cui in Italia non solo abbiamo gli stipendi di ingresso tra i più bassi d’Europa ma anche lo sviluppo della carriera retributiva è tra le più lente in Europa per cui gli incrementi stipendiali sono diluiti in un lungo periodo raggiungendo il culmine dopo 35 anni. Ben diversa la situazione in molti altri Paesi europei, specie del nord Europa, dove avviene esattamente il contrario per cui gli aumenti salariali sono più significativi nei primi 15 anni di servizio e mediamente occorrono 28 anni per raggiungere il massimo della retribuzione.

Inoltre è molto diversa anche la variazione percentuale degli stipendi tra il livello inziale e quello al culmine della carriera. Mediamente in Europa il livello stipendiale si incrementa di oltre il 52% tra inizio e massimo della carriera nella scuola secondaria di primo grado. L’incremento percentuale maggiore si registra in Portogallo con un aumento stipendiale del 116%. I sistemi di istruzione con la progressione salariale più significativa sono in Francia, Belgio, Paesi Bassi, Irlanda. L’Italia invece è al di sotto della media con una variazione del 49% tra iniziale e massimo della carriera.

Rispetto a questo quadro è la stessa agenzia Eurydice a sottolineare come gli alti livelli retributivi iniziali e una progressione stipendiale dinamica siano elementi fondamentali per attrarre e trattenere nel sistema scolastico nuove leve di insegnanti qualificati e motivati.

L’auspicio è che di ciò sia consapevole anche il Governo che si appresta a varare la manovra di Bilancio per il 2020 e che si possa finalmente investire significativamente nel sistema d’istruzione italiano passando dalle tante dichiarazioni di intenti ai fatti concreti. Non vorremmo che dell’Europa ci impegnassimo ad applicare solo i diktat restrittivi in materia economica e che non si tenessero in considerazione le esigenze di qualificazione e miglioramento del sistema scolastico che le stesse agenzie europee autorevolmente ci evidenziano. Sarebbe un problema non solo per gli alunni e il personale scolastico coinvolto (docenti e ata), ma per tutti i cittadini il cui futuro dipende significativamente dalla qualità del suo sistema d’istruzione.

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