La Scuola dell’Italia, una sfida difficile, ma giusta e necessaria

Un saggio di Luca Ricolfi, rilanciato dal Messaggero, disegna una scuola di “scarsa qualità” che, contrariamente a quanto ci chiede la Costituzione, non inciderebbe sulla formazione degli studenti.

Sulle pagine dei giornali, spesso, intellettuali, politologi, economisti si esercitano a trovare nuove funzioni sociali per la scuola e frequentemente partono da una complessiva visione fallimentare dell’attuale qualità dell’istruzione, demonizzando il “donmilanismo”, ovvero il processo di democratizzazione che, a partire dagli anni ’70 ha accompagnato l’evoluzione pedagogica e la pratica didattica nel nostro paese.

Il titolo dell’articolo del prof. Luca Ricolfi, sociologo dell'Università di Torino, pubblicato dal Messaggero. recita: “L’Italia della Scuola, colpita e affondata”. E già da ciò si capisce dove voglia andare a parare: screditare la scuola pubblica, la scuola democratica, la scuola che fornisce innanzitutto strumenti cognitivi per capire il mondo e delle relazioni sociali e affettive. Ricolfi suppone, tradendo un portato ideologico, che la scuola sia come un’azienda che si misura in base a una presunta “produttività” escludendo dalla sua analisi il valore che all’istituzione scolastica è assegnato dalla Costituzione, e in particolare dall’articolo 3, che così recita: “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. È proprio questo il compito della Repubblica, svolto dalla Scuola.

Ora, poiché la scuola non è comparabile a un’azienda, ci si chiede come si possa misurarne la produttività, ad esempio di chi è chiamato a rimuovere gli ostacoli. Inoltre, come pensare che a quattordici anni i nostri ragazzi possano essere già qualificati per un mestiere, rinunciando a tutti gli strumenti di riflessione, di elaborazione, di sviluppo della capacità critica che, riservati ai soli liceali, dovrebbero concorrere al pieno sviluppo della persona umana? A quattordici anni gli ostacoli sono già tutti rimossi? Si conosce il nostro Paese? Le opzioni sociali ed economiche in cui i ragazzi sono inseriti? Dal Nord al Sud, dal centro alle periferie, dalle metropoli alle aree interne? Il punto sostanziale è che ormai la sfida lanciata da alcuni alla scuola pubblica, al suo valore e alla sua funzione sociale, non è altro che un micidiale, rischioso, sbagliato tentativo di riportarci alla scuola gentiliana, alla scuola di classe, dove, come diceva proprio don Milani (ma anche Antonio Gramsci) vince solo chi possiede opportunità di partenza, chi ha i libri in casa e una famiglia in grado di sostenerne l’istruzione. I nemici della scuola pubblica, e ormai cominciano a essere troppi, ritengono che si debba formare (come fanno le aziende) il “capitale umano” pronto per entrare nel mondo del lavoro, alla ricerca di un lavoro purchessia. Questo “capitale umano” saprà leggere e interpretare un contratto di lavoro? Saprà rivalutare e rivendicare i propri diritti? E come lo farà se non saranno forniti gli strumenti cognitivi necessari? A Ricolfi andrebbe rammentata una massima del tutto calzante: paradossalmente, se conosci Manzoni, puoi gestire meglio il mondo che ti circonda e puoi gestire meglio i tuoi rapporti di lavoro, senza diventare uno schiavo.  

La scuola italiana affronta ogni giorno tutte le difficoltà di essere realmente lo strumento costituzionale della promozione, lo fa contando sulla notevole professionalità dei suoi protagonisti (docenti, dirigenti e personale ATA), con sempre minori risorse e continua a offrire un’offerta di formazione e di democrazia. Per fortuna, e contrariamente a quanto ritengono certi intellettuali, la scuola pubblica fondata sulla Costituzione, quella vissuta da una parte maggioritaria degli insegnanti, degli operatori e degli studenti del nostro paese, vola un po’ più in alto, pensa di poter offrire a tutte le nostre ragazze e i nostri ragazzi una prospettiva più elevata di quella da cui provengono, che colmi le differenze, che non chiuda le porte dei licei a chi, a quattordici anni, non è in possesso dei “prerequisiti” e, infine, pensa che tutti, istruiti al meglio, non siano affatto un “capitale umano da sfruttare”, ma che possano partecipare al cambiamento delle complessive condizioni sociali, ma anche economiche e produttive, di questo Paese.

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